La Repubblica Italiana nacque il 2 giugno 1946 in seguito ai risultati del referendum istituzionale indetto per determinare la forma dello stato dopo la fine della seconda guerra mondiale. La proclamazione ufficiale avvenne il 18 giugno.
Si tratta di un passaggio di evidente importanza per la storia dell'Italia contemporanea, dopo il ventennio fascista ed il coinvolgimento nella guerra, che si svolse in un clima di esasperata tensione, e rappresenta un controverso momento della storia nazionale assai ricco di eventi, cause, effetti e conseguenze, che è stato anche considerato una rivoluzione pacifica dalla quale si produsse una forma di stato poco differente dall'attuale. La nascita della Repubblica fu accompagnata da polemiche di una certa consistenza circa la regolarità del referendum che la sancì. Sospetti di brogli elettorali e di altre azioni "di disturbo" della consultazione popolare tuttora non sono stati completamente fugati dagli storici e costituiscono oggetto di recriminazione da parte dei sostenitori della causa monarchica.
L'Italia era una monarchia, ascritta ai Re di Casa Savoia cui spettava il titolo di Re d'Italia (e, prima, di Re di Sardegna); nel 1946 divenne una repubblica per effetto del detto referendum istituzionale, e fu poco dopo dotata di una Assemblea Costituente al fine di munirla di una Carta avente valore di suprema legge dello stato repubblicano, onde sostituirne lo Statuto Albertino, sino ad allora vigente. Prima del cambiamento vi era infatti una monarchia costituzionale fondata sullo Statuto (anche se durante il fascismo le garanzie sui diritti previste nello Statuto erano state di fatto modificate in senso restrittivo).
Il 2 giugno 1946, insieme alla scelta sulla forma dello stato, i cittadini italiani (comprese le donne che votavano per la prima volta) elessero anche i componenti dell'Assemblea Costituente che doveva redigere la nuova Carta Costituzionale e che fino all'elezione del primo parlamento della Repubblica svolse anche le funzioni di assemblea legislativa.
Malgrado la prima metà del Novecento fosse profondamente segnata dall'esperienza fascista, l'Italia moderna si era avviata verso un percorso di democratizzazione da molto tempo. La stessa concessione dello Statuto (e delle altre riforme albertine), insieme all'allargamento della base elettorale (inizialmente élitaria, poi gradualmente ampliata sino alla soppressione del requisito di censo - ma sempre solo maschile, sino al referendum) si univa ad un crescente spessore della ricerca della certezza del diritto, argomento giuridico considerato importante strumento di parificazione dei cittadini nella comune e "certa" sottomissione alla comune e "certa" legge.
Anche il dibattito politico, sul principio del Novecento, era sorprendentemente aperto, consentendo una buona libertà di circolazione delle idee ed una buona provvista di nutrite polemiche parlamentari che, nonostante la selezione d'accesso agli scranni, risultavano ben vivide ed affatto sincere, come testimoniano alcune memorabili pagine del Mazzini, radicalmente inalberatosi sulle sperequazioni sociali regionali e sui malesseri "viziosi" del sistema statale. L'opposizione parlamentare usava una buona libertà di critica, sebbene non abbia mai preteso di "disturbare" gli assetti di sistema e si sia astenuta dal propugnare con intenzione convinta alcuna modificazione eversiva o rivoluzionaria.
Rispetto ad un'evoluzione fisiologicamente "inevitabile", e rispetto anche a quanto accadeva negli altri meno giovani stati nazionali, l'Italia si distingueva per una certa apertura culturale ed ideologica, non troppo compressa da una successione di governi di impronta sicuramente conservatrice. Vi si combatterono, insomma, piccole guerre a fini modestamente coloniali, ma anche grandi polemiche ideali. In relazione ai tempi, ed a quanto riscontrabile all'estero, la condizione democratica pareva incontrare in Italia un terreno non sterile sul quale svilupparsi, non patendo a causa di pregiudiziali né di altre chiusure preventive. La forma dello stato, in sé, non assorbendo se non uno degli aspetti della democraticità, non fu mai discussa nella pratica nemmeno dai politici repubblicani, limitandosi la questione (ma ancora va ricordato che queste erano le possibilità concrete a quei tempi) ad elaborazioni dottrinali più filosofiche che non costituzionalistiche.
La costituzione dell'Italia prima del 1946 era lo Statuto Albertino, promulgato nel 1848 da Carlo Alberto, allora re di Sardegna. A suo tempo, la concessione dello Statuto aveva rappresentato un notevole avvicinamento della (allora) piccola monarchia sabauda verso le istanze pre-risorgimentali, e costituiva un passaggio reputato necessario, sebbene poi svolto in forme ben valide, prima di volgersi alla costruzione dello stato nazionale.
Nel 1861, quando il Regno di Sardegna fu trasformato nel Regno d'Italia, lo statuto non fu modificato e restò dunque il cardine giuridico al quale si sottometteva anche il nuovo stato nazionale. Prevedeva un sistema bicamerale, con il Parlamento suddiviso nella Camera dei Deputati, elettiva (ma solo nel 1911 si sarebbe giunti, con Giolitti, al suffragio universale maschile), e nel Senato, di sola nomina regia. Fattore fondamentalmente innovativo di questa Carta era la rigida definizione di alcune delle facoltà e di alcuni degli obblighi delle istituzioni (Re compreso), riducendo la discrezionalità delle scelte operate dalle alte cariche dello stato ed introducendo un abbozzo di principio di responsabilità istituzionale.
L'equilibrio di potere tra Camera e Senato, inizialmente molto indirizzato a favore del Senato, che raccoglieva la buona nobiltà e qualche grande industriale di buone frequentazioni, nei fatti si spostò via via a favore della Camera, in funzione sia della crescita di importanza della classe borghese e del consenso che questa doveva sempre più necessariamente porgere alla classe politica, sia della necessità di produrre copiosa normativa di dettaglio, cui meglio poteva contribuire un ceto politico proveniente dalle classi la cui quotidianità quelle norme dovevano infine regolare.
Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, l'Italia poteva essere annoverata tra le democrazie liberali benchè le tensioni interne, dovute alle rivendicazioni delle classi popolari, insieme alla non risolta questione del rapporto con la Chiesa Cattolica, per i fatti del 1870 (presa di Porta Pia e occupazione di Roma), lasciassero ampie zone d'ombra.
La conclusione della guerra, nel 1918, vide le tensioni all'interno del Paese cambiare di ragioni, allargandosi ad argomenti sociali: da una parte stavano le classi popolari, organizzate dai partiti di orientamento marxista, che spingevano per l'ottenimento di maggiori diritti anche sulla spinta della rivoluzione russa, dall'altra si stringevano invece le componenti liberali e conservatrici, che temevano appunto un'evoluzione in tal senso della società italiana.
In questo contesto si inserì il movimento nazionalista, fondato da Mussolini, dei Fasci di Combattimento che in breve alle tematiche della vittoria tradita avrebbe unito, sotto la spinta e l'appoggio dell'alta borghesia sia terriera che industriale, quelle della contrapposizione alle idee della sinistra. Nel 1922, in occasione della Marcia su Roma, il re Vittorio Emanuele III rifiutò di decretare lo stato d'assedio e, violando la prassi, designò Benito Mussolini come primo ministro.
La nomina, seppur non contraria allo Statuto, che attribuiva al re ampio potere di designare il governo, era appunto contraria alla prassi che si era instaurata nei decenni precedenti. Il fascismo avrebbe presto cancellato molte libertà e molti diritti civili, instaurò la dittatura e ruppe, per origine e per seguito, la tradizione parlamentare (e per questo è considerato una rivoluzione).
La posizione del cittadino al cospetto delle istituzioni vide durante il fascismo una duplicazione della sottomissione prima dovuta al re, ed ora anche al duce, e si fece più labile la condizione di pariteticità fra i cittadini (e fra questi e le istituzioni), allontanandosi da principi democratici già raggiunti. La rappresentanza fu fortemente (se non assolutamente) condizionata, vietando tutti i partiti e le associazioni che non fossero controllate dal regime (eccezion fatta per quelle controllate dalla chiesa cattolica), giungendo a trasformare la Camera dei Deputati in Camera delle Corporazioni, in violazione dello Statuto. In tutti questi anni, da parte del potere regio non vi fu alcun tentativo di opporsi alla politica del fascismo.
Il 25 luglio del 1943, quando la guerra a fianco della Germania ormai volgeva al peggio, Vittorio Emanuele III, in accordo con parte dei gerarchi fascisti, revocò il mandato a Mussolini e lo fece arrestare, affidando il governo al Maresciallo Pietro Badoglio. Il nuovo governo iniziò i contatti con gli Alleati per giungere ad un armistizio. All'annuncio dell'armistizio di Cassibile, l'8 settembre 1943, l'Italia precipitò nel caos. L'esercito nel suo complesso, privo di ordini, si sbandò e venne rapidamente disarmato dalle truppe tedesche; Vittorio Emanuele III, la corte e il governo Badoglio fuggirono da Roma. Il governo Badoglio, pressoché in toto un "governo del Re", ebbe la sostanziale funzione di traghettare l'Italia verso una resa, la meno svantaggiosa possibile, agli Alleati, e le modifiche costituzionali che operò (quantunque non difficili da prevedere) furono principalmente quelle pretese dai precedenti avversari. Iniziò dunque lo smantellamento delle strutture istituzionali del regime, ma senza fretta.
Le istanze democratiche non furono infatti oggetto di immediata grande attenzione, oltre alle richieste, talvolta propagandistiche, degli Alleati. La guerra, del resto, non solo continuava, ma si era aggiuntivamente trasformata in guerra civile, con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana e la divisione della Penisola in due territori antagonisti, uno occupato dalle forze alleate, l'altro da quelle tedesche, con commistione logistica degli uomini armati dell'uno e dell'altro fronte. Nella drammatica contingenza, in realtà, la gestione civile fu segnata da pesante impronta militare in entrambi i territori, ed in tutta la Penisola si riscontrò l'applicazione di metodi da stato di polizia, malgrado per l'ordine pubblico non si facesse altro, al Nord come al Sud, che sparare qua e là qualche poco dibattimentale pallottola. Da un punto di vista giuridico, che però non rivestiva carattere di impellenza in contesti armati, va notato che entrambi i sistemi, in qualche modo operanti sui rispettivi brani della nazione, si trovavano in condizione di sospensione del regime costituzionale: al Sud perché in riorganizzazione, con la demolizione in corso delle costruzioni istituzionali fasciste (nel tempo lasciato libero dalle emergenze belliche), mentre al Nord perché ancora in elaborazione e quindi del tutto in fieri un eventuale sistema costituzionale, cui del resto mai si sarebbe data vita. Non vi era nemmeno rappresentanza (non solo parlamentare), né tantomeno si poteva prendere in considerazione la mera ipotesi di indire elezioni.
Ciò malgrado, al Sud la caduta del fascismo aprì la strada alla possibilità di formazione, o di ricostituzione, di partiti liberi, abbattuto il divieto dittatoriale (quasi non interrottosi al Nord, nella subito costituita RSI). Si riaddensarono, intorno ad alcune figure storiche o carismatiche, nuclei politici che avrebbero dato nuova vita a partiti prefascisti e movimenti nuovi (compresi quelli che si erano formati o che avevano avuto sviluppo in clandestinità), pian piano riorganizzandosi in entità politiche idonee ad assumere la funzione loro propria di indirizzo della vita pubblica, ma non mancarono le difficoltà e vi erano problemi insuperabili come la rappresentatività, e soprattutto la rispettiva proporzione di rilevanza fra le forze.
Le nuove formazioni (e intendiamo per queste anche le rinate prefasciste), per quanto velocemente riorganizzate con strutture adeguate, non potevano presentarsi al confronto delle idee con il sostegno di un qualsiasi segno di delega politica, non avevano cioé nessuna documentata prova di rappresentare alcuno, non essendosi tenute elezioni recenti, né poteva supplire un eventuale tesseramento od un altro moto adesivo, poiché non vi era nemmeno stato il tempo di sollecitarne. La singolare condizione, che li vedeva agire anche senza (al tempo) una ravvicinata prospettiva di una consultazione che ne completasse le legittimazione, rendeva anche impossibile determinare quale fra i partiti potesse disporre del seguito più importante, se non per numeri, almeno per proporzioni, presso la cittadinanza. Ciò costituiva evidentemente un limite estremamente grave della vita politica italiana, che non offriva maggiori contributi di un mero dibattito ideologico teorico. Questo però fu valutato comunque positivamente rispetto alla precedente assenza assoluta di dibattito: il fermento era qualcosa di più del nulla, sebbene la vita nazionale fosse tuttora decisa dagli ambienti militari.
I partiti che poi avrebbero dato vita alla Repubblica, va notato, unanimemente prospettavano il completamento dell'eradicazione del fascismo, la lotta alla Germania nazista e la riacquisizione dei territori del Nord, (soggetti alla RSI), alla giurisdizione nazionale del cosiddetto "Regno del Sud". Il comune progetto riguardava una Penisola antifascista, sotto un sistema politico almeno non contrastante con gli schemi imposti dalle forze alleate. Non vi erano al Sud sostenitori dell'idea fascista organizzati in partiti (o almeno non ebbero - o non intesero avere - alcuna visibilità), restando loro solo la strada dell'arruolamento volontario nelle forze della RSI o filo-fasciste, fra le quali un certo seguito ebbe la Decima Flottiglia MAS, che pure, almeno in quella fase, cercò di tenersi discosta dalle ideologie, richiamandosi piuttosto a tematiche di onore nazionale e rifuggendo dal "voltafaccia" in cui sintetizzavano la non limpida condotta badogliana.
Al Nord, invece, gli oppositori erano coloro che l'idea fascista desideravano sopprimere, e che non potendosi, analogamente, aggregare in formazioni politiche, ebbero la sola scelta di collaborare con la nascente lotta partigiana. Ed uno degli ambiti in cui il problema della rappresentatività dei partiti italiani fu più stringente, fu proprio quello della lotta partigiana, nella quale concorrevano a comporre le forze coordinate dal Comitato di liberazione Nazionale (CLN); era questo, effettivamente, l'unico ambito nel quale lo spontaneismo, che i partiti andavano per necessità coltivando, poteva esprimersi con evidenze fattuali, poiché nella lotta popolare in armi contro il nazi-fascismo si situava l'obiettivo concreto del momento, l'intento più concretamente attuabile, usando i vasti spazi lasciati liberi dall'esigua azione governativa, ormai sottoposta a sommessa gerarchia alleata dall'armistizio e privata della forza militare dallo sbando.
Nel CLN, che si organizzava come forza armata spontanea, si ebbero naturalmente diversità di vedute e di interpretazioni circa le azioni da compiere ed il modo di realizzarle. Non solo a livello di tattica, ma anche, e più profondamente, a livello di strategia. Ciò anche perché, intravistane l'utilità potenziale, le nazioni dell'alleanza (che amavano chiamarsi "Nazioni Unite") separatamente fra loro cercarono di influenzare l'andamento di tutta questa potenza militare, ciascuno secondo le proprie prospettive almeno di medio termine. La maggior parte delle componenti partigiane fu infiltrata da agenti stranieri, e le fratture fra le varie componenti (vi fu una "resistenza bianca", di tendenza cattolica e meglio vista dagli americani, e ve ne fu una "rossa", di tendenza comunista e meglio vista dai sovietici - tutte equanimemente infiltrate di agenti inglesi) furono sempre ricucite con la forza dei nervi in sede di dirigenza del CLN. Anche il Comitato, però, ebbe momenti di scarsa serenità con il CLNAI, la sua divisione per l'Alta Italia.
Una sorta di pseudo-legittimazione pareva perciò venire dall'eventuale supporto ricevuto, per minimo o simbolico o anche casuale che fosse, dalle potenze straniere, il cui "riconoscimento" veniva enfatizzato, spesso come presunta prova a sé bastante. Ma la sostanza non cambiava, non vi erano ragioni per poter considerare un partito più importante di altri e ciascuna idea valeva le altre. Quando perciò prese corpo l'idea avanzata dal PRI di discutere la forma dello stato (ovvimente per modificarla nel senso che dava nome al movimento) come condizione preliminare per la collaborazione in seno al CLN, pur non prevedendosi una grande rappresentatività futura del partito (mentre ne era inalterato, e forse accresciuto, il prestigio storico), si aprì comunque una questione che rischiò di frastornare una già labile alleanza fra compagini di molto diverse.
La maggior parte dei partiti già attribuiva in effetti alla monarchia, ed a Vittorio Emanuele III in particolare, la responsabilità di aver appoggiato il fascismo e quindi anche la responsabilità di aver coinvolto l'italia in una guerra disastrosa; ciò malgrado, alcuni in quel momento non reputavano utile, né sostenibile con le forze del momento, aggiungere altri obiettivi quando la lotta in corso era già tanto difficoltosa.
Qualcuno, più lungimirante, scorse anche la nitidezza del rischio che l'abbattimento dell'ultima istituzione, almeno formalmente perpetuante una parvenza di unitarietà, lasciasse il Paese privo di fattore legante, smembrato, possibile ed appetibile oggetto di spartizioni regionali da parte delle forze alla fine vittoriose.
La situazione venne ad una svolta nel 1944 quando Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano propose, in un discorso passato alla storia come "svolta di Salerno", di accantonare la questione istituzionale fino alla fine della guerra. A questa soluzione convennero tutti i partiti, corroborati da una coerente sollecitazione delle (concordi) potenze alleate ed ovviamente, per quel che ancora poteva valere d'influenza, della Corona. Il PRI, obtorto collo, si adeguò, se non alla maggioranza, alla preponderanza.
La posposizione fu "barattata" con la richiesta di estromissione di Vittorio Emanuele dalla politica diretta, e fu istituita la "luogotenenza", con la quale un soggetto tutto sommato non troppo compromesso con il recente passato avrebbe rappresentato la Corona; fu Umberto II di Savoia, erede al trono, di immediato generale gradimento.
Con questo nuovo istituto, i poteri regi sarebbero stati gestiti da Umberto, con il titolo di Luogotenente generale del Regno.
L'accordo, in realtà, prevedeva anche che Vittorio Emanuele III non avrebbe abdicato (ma un simile atto era in verità richiesto da più parti e valutato positivamente anche da una parte dei monarchici), fino alla definizione della questione istituzionale.
L'accoglimento della proposta togliattiana permise di formare un governo in parte idealmente rappresentativo del CLN e che quindi fu presentato come munito, in qualche modo, di un abbozzo di legittimazione democratica.
Anche se temporaneamente accantonata, la questione su quale forma avrebbe dovuto assumere lo stato italiano dopo la fine della guerra rimase uno dei maggiori problemi politici aperti. La maggior parte delle forze che sostenevano il CLN erano apertamente repubblicane, sia per impostazione politica di fondo, sia perché imputavano alla monarchia, ed in modo particolare a Vittorio Emanuele III, la responsabilità di aver permesso al fascismo di affermarsi, di governare l'Italia per venti anni e di averla coinvolta in una disastrosa guerra di aggressione.
L'idea repubblicana, in Italia, aveva avuto il suo antesignano in Giuseppe Mazzini, uno dei propugnatori dell'unità d'Italia nel XIX secolo e proprio agli ideali mazziniani si ricollegava il movimento Giustizia e Libertà, nato per opera dei fratelli Rosselli nell'ambito dell'opposizione clandestina al fascismo, che rappresentava, nel 1944/1945, la seconda, per rilevanza desumibile dal collegamento con le unità partigiane, forza del CLN (il partito politico collegato al maggior numero di formazione partigiane era il partito comunista italiano).
L'accordo conclusivo fu di indire, al termine della guerra e non appena le condizioni generali lo avessero reso possibile, un referendum sulla forma dello stato. Insieme a questo referendum, sarebbe anche stata indetta una votazione per eleggere un'assemblea che avrebbe avuto il compito di redigere una nuova carta costituzionale. Una parte dei sostenitori della monarchia premeva affinchè Vittorio Emanuele III abdicasse, in modo da poter giungere al referendum con a capo del paese una figura non troppo compromessa con il precedente regime. Il figlio di Vittorio Emanuele, Umberto, oltre che godere di una certa popolarità anche consolidata dal fascino personale, si era tenuto abbastanza defilato durante la guerra e questo faceva sperare che potesse recuperare alla causa monarchica parte del consenso perduto.
Il decreto luogotenenziale n 151 del 25 giugno 1944, emanato durante il governo Bonomi, tradusse in norma l'accordo che al termine della guerra fosse indetta una consultazione fra tutta la popolazione per scegliere la forma dello stato ed eleggere un'assemblea costituente.
L'attuazione del decreto dovette attendere che la situazione interna italiana si consolidasse e chiarisse: nell'aprile 1945 (fine della guerra) l'Italia era un paese sconfitto, occupato da truppe straniere, possedeva un governo che aveva ottenuto la definizione di cobelligerante ed una parte del territorio (nord) si era di fatto liberata da sola dall'occupazione tedesca. Solo nella primavera dell'anno successivo fu possibile accelerare l'attuazione del decreto sul referendum.
La campagna elettorale fu contrassegnata da incidenti e polemiche, soprattutto al Nord, dove i monarchici ebbero a scontrarsi sia con i repubblicani che con i "repubblichini" appena sconfitti. Allo scopo di garantire l'ordine pubblico venne creato, a cura del Ministero dell'Interno, diretto dal socialista Giuseppe Romita, un accessorio corpo della Polizia Ausiliaria, che ebbe discutibili forme di arruolamento (per lo più discrezionali) e che venne accusato dai monarchici di aver favorito alquanto apertamente la causa repubblicana.
Il 31 gennaio del 1945, con l'Italia divisa ed il Nord sottoposto all'occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (Decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23). Venne così riconosciuto il diritto al suffragio universale, dopo i vani tentativi fatti nel lontano 1881 e nel 1907 dal movimento femminista ispirato da Maria Montessori (la prima donna laureata in medicina in Italia).
Il 2 giugno del 1946 le donne votarono per il Referendum istituzionale e per le elezioni dell'Assemblea costituente, ma già nelle precedenti elezioni amministrative avevano esercitato il loro diritto all'elettorato attivo e passivo, risultando in numero discreto elette nei consigli comunali.
La primavera del 1946 fu dominata dall'accelerazione del dibattito politico sul tema istituzionale.
Gli aventi diritto al voto risultavano essere 28.005.449. I votanti furono 24.947.187 corrispondenti al 89,1%. I risultati ufficiali del referendum istituzionale furono: repubblica voti 12.717.923 pari al 54,3%, monarchia voti 10.719.284 pari al 45,7%; voti nulli 1.498.136.
Analizzando i dati regione per regione, si nota come l'Italia si fosse praticamente divisa in due: il nord dove la repubblica aveva vinto con il 66,2% ed il sud dove la monarchia aveva vinto con il 63,8%.
I deputati da eleggere erano 556, sui 573 previsti mancando quelli di alcune province. La ripartizione dei voti fu la seguente:
| Partito | Percentuale voti | Seggi |
| Democrazia Cristiana | 37,2% | 207 |
| Partito Socialista | 20,7 % | 115 |
| Partito Comunista | 18,7% | 104 |
| Unione Democratica Nazionale | 7,4% | 41 |
| Fronte dell'Uomo Qualunque | 5,4% | 30 |
| Partito Repubblicano | 4,1% | 23 |
| Blocco Nazionale della Libertà | 2,9% | 16 |
| Partito d'Azione | 1,3% | 7 |
| altre liste | 2,3% | 13 |
I risultati del voto furono, anche per i vincitori, inferiori alle aspettative.
Nelle numerose iniziative analitiche cui i risultati sono stati, nel tempo, sottoposti, si sono evidenziati alcuni punti di interesse, tradotti però in conclusioni di indirizzo divergente. Sono state proposte interpretazioni sociologiche e statistiche del voto, che avrebbero intravisto influenze della condizione economica del momento, dell'ingresso dell'elettorato femminile, o da molti altri fattori.
Altra tesi sostenuta da alcuni è che la causa delle preferenze tra monarchia e repubblica fosse da ricercarsi in una differenziazione sociale: i ceti più istruiti sarebbero stati repubblicani mentre quelli dove l'analfabetismo era maggiore avrebbero avuto una preferenza per il campo monarchico. Questa tesi che cercava di far leva sulla contrapposizione tra città/proletariato industriale (di norma dotato comunque di una istruzione maggiore) e campagna/proletariato contadino non trova ormai sostenitori.
Alcuni analisti, del campo repubblicano e di quello monarchico affermarono anche che la repubblica avrebbe potuto ricevere un minimo vantaggio dal voto femminile, fortemente voluto dalla sinistra perché melle aspettative di quella parte le donne sarebbero state più sensibili all'equazione, enfatizzata in propaganda, "monarchia=guerra, repubblica=pace".
Il dato del Trentino, ove la repubblica aveva ottenuto una vittoria schiacciante (85%) fu interpretato con l'avversione delle popolazioni di lingua tedesca della regione per la politica nazionalistica del fascismo, da loro identificato con la monarchia. Anche il mancato rientro di parte dei soldati inquadrati nei reparti di Alpini venne invocato come concausa della sconfitta monarchica. La possibilità che, per le condizioni dell'istruzione, vi sia stata confusione nei termini (la RSI era una "repubblica") è stata avanzata, ma senza incontrare gran seguito.
Tra le regioni del nord stupì il voto del Piemonte, regione storicamente legata alla casata dei Savoia dove la repubblica aveva vinto con il 56,9%.
La regione dove si ebbe la maggior percentuale di voti nulli fu la Valle d'Aosta, territorio storicamente legato alla Casa sabauda.
Dai dati del voto, l'Italia risultò divisa in sud monarchico ed un nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell'Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Per le regioni del Sud la guerra finì appunto nel 1943, con l'occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto Regno del Sud, che grazie agli aiuti stranieri ed all'allontanamento del fronte aveva riguadagnato una certa tranquillità ed un certo benessere.
Per contro, il Nord dovette vivere quasi due anni di occupazione tedesca e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi ed i fascisti della RSI) e fu l'insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (partito comunista, partito socialista, movimento Giustizia e Libertà).
I monarchici attribuirono la loro sconfitta a brogli elettorali ed a scorrettezze nella convocazione dei comizi e nello svolgimento del referendum.
Tra le questioni giudicate irregolari, quelle più rilevanti, secondo i monarchici, furono:
Analisi statistiche, fornite dai monarchici, avrebbero poi evidenziato come il numero dei voti registrati fosse largamente superiore a quello dei possibili elettori. Nel disordine generale seguito alla guerra, pare non impossibile che un numero consistente di votanti possa aver usato documenti d'identità falsi (bisogna però dire che se ciò fosse vero, ciò potrebbe aver favorito sia uno schieramento che l'altro).
I monarchici presentarono numerosi reclami giudiziari, che vennero però respinti dalla Corte di Cassazione.
Stime monarchiche valutano in circa tre milioni i voti che andarono persi per diverse ragioni, numero maggiore della differenza tra l'opzione repubblicana e quella monarchica.
Una cause che portò alla sconfitta della monarchia fu probabilmente la figura di Vittorio Emanuele III, considerato un debole e non in grado di gestire gli avvenimenti cui si trovò di fronte. Le ragioni non erano né poche, né di poco conto. Fra tutte, nel 1922 il comportamento della casa regnante era stato determinante per l'ascesa del fascismo, e nel 1938, Vittorio Emanuele III aveva promulgato, senza obiezioni di sorta, le leggi razziali. Queste leggi furono molto impopolari fra gli italiani, che non avevano alcuna tradizione di antisemitismo, e provocarono numerosi suicidi di ufficiali ebrei, che si spararono per l'onore di morire nell'uniforme prima di essere degradati o congedati. La classe militare, nella quale questi ufficiali erano spesso molto apprezzati, ebbe a distaccarsi progressivamente dalla corona.
Le vicende della seconda guerra mondiale non aumentarono di certo le simpatie verso la monarchia anche a causa degli atteggiamenti discordanti di alcuni membri della casa regnante. La moglie di Umberto, la principessa Maria Josè cercò, nel 1943, attraverso contatti con le forze alleate, di negoziare una pace separata muovendosi al di fuori della diplomazia ufficiale. Queste manovre, anche se apprezzate da una parte del fronte antifascista, furono viste in campo monarchico come un tradimento ed all'esterno, insieme alle prese di distanza ufficiali del Quirinale, come sintomi di profondi contrasti in seno alla casata dei Savoia, della quale evidenziavano l'irresolutezza.
Anche la decisione di Vittorio Emanuele III di abbandonare Roma, e con essa l'esercito italiano che venne lasciato privo di ordini, per rifugiarsi nel sud subito dopo la proclamazione dell'armistizio di Cassibile, atto che fu visto come una vera e propria fuga, non migliorò certo la fiducia degli italiani verso la monarchia.
Umberto di Savoia lasciò l'Italia subito dopo il referendum, pur non riconoscendone la validità e rifiutandone i risultati; non rinunciò mai ufficialmente alla corona, sebbene vada crescendo di credito l'ipotesi che la scelta di non avallare la reazione forzosa dei monarchici sia stata effettivamente intesa pro bono pacis. Prima di partire, affidò agli italiani la Patria e li sciolse (ciò che riguardava principalmente i militari) dal giuramento di fedeltà al Re.
La nuova costituzione repubblicana, elaborata dall'assemblea eletta in contemporanea al referendum, venne integrata con alcune disposizioni transitorie tra cui la XIII, che prescriveva il divieto di entrare in Italia per i discendenti maschi di Umberto. Questa disposizione fu abolita nell'ottobre 2002, dopo un dibattito in parlamento e nel Paese durato molti anni e Vittorio Emanuele, figlio di Umberto, poté entrare in Italia con la sua famiglia nel dicembre successivo per una breve visita.
Questo articolo è disponibile secondo la GNU
Free Documentation License.
Viene utilizzato materiale tratto dall'articolo
di Wikipedia: "Storia d'Italia".